Il segreto n.10 dell'escapologia fiscale

Vai al lavoro nudo?

SEGRETO Senza peraltro mostrare eccessiva convinzione, e premettendo che “pensandoci bene, non sappiamo chi abbia ragione” – dopo aver illustrato che gli “imprenditori disinibiti” deducono allegramente abiti, scarpe, camicie, cinture, cravatte ed accessori vari, mentre la maggior parte dei commercialisti li ritiene indeducibili – il consiglio è quello di dedurre con opportuna moderazione l’abbigliamento rigorosamente professionale (tanto, chi si prenderà la briga di controllare?)

COMMENTO Il titolo è accattivante e vorrebbe indurre il lettore a pensare che, poiché a lavorare non ci si va nudi, il costo dell’abbigliamento sarebbe conseguentemente deducibile in ragione della sua necessità.

Teoria indubbiamente affascinante al primo impatto, ma se ci si sofferma sui contenuti, invece che sulle immagini che può evocare nel lettore, si capisce facilmente che le conclusioni portano ad un risultato diametralmente opposto a quello che si voleva, invece, ottenere.

E’ vero che nessuno va al lavoro nudo. Così come è vero che nessuno va nudo al cinema, al supermercato, a prendere i bambini a scuola o, tranne rari casi, neppure in spiaggia. La gente, nella nostra società, si veste, vuoi per ripararsi dalle avverse condizioni climatiche, vuoi per esigenze di vanità o anche solo per il piacere personale di guardarsi allo specchio ogni giorno in modo diverso.

Vestirsi, quindi, fa parte della sfera personale della persona tant’è che ogni categoria di lavoratori è solita abbigliarsi per recarsi al lavoro; questo è indubitabile. Si veste l’operaio per recarsi in fabbrica, si veste il chirurgo per raggiungere la sala operatoria, si veste l’avvocato per raggiungere l’aula di giustizia. Poi, però, queste persone si cambiano; per poter svolgere il proprio lavoro, l’operaio indossa la tuta, il chirurgo indossa il camice sterile, l’avvocato indossa la toga.

Questi sono indubbiamente degli abbigliamenti di lavoro la cui inerenza e deducibilità è certamente fuori discussione, vista la loro strumentalità.

Ma nel “segreto” non ci si riferisce alle livree, agli abiti da lavoro o all’abbigliamento anti-infortunistico. Il riferimento è alle camicie, gli abiti, alle scarpe, alle cravatte, ossia a quei capi che quotidianamente possono essere utilizzati tanto per il lavoro, quanto per la propria vita personale di relazione.

In che misura, se esiste una misura, beni di questo tipo, magari di particolare pregio o eleganza, possono ritenersi legittimamente deducibili dal reddito d’impresa o di lavoro autonomo?

Per quanto, astrattamente, una qualche inerenza con l’attività potrebbe pure ipotizzarsi in quota parte per alcuni acquisti di vestiario e abbigliamento in genere, si pone un problema di tipo probatorio per la dimostrazione sia dell’inerenza stessa, che della percentuale della spesa fondatamente attribuibile alla sfera imprenditorial/professionale.

Tale prova, il cui onere ricade interamente a carico del contribuente, non appare, infatti assolutamente facile da costituirsi ed in ogni caso può condurre – al massimo – all’ipotesi di deducibilità nella misura del 50% ai fini delle imposte dirette, stante la previsione normativa che riguarda tutti i costi promiscui, tra i quali eventualmente ricondurre tali spese.

Sotto il profilo IVA, invece, ove non opera alcuna presunzione legale e la detrazione dell’imposta assolta sui costi promiscui deve seguire oggettivi criteri di afferenza, si ricade piuttosto nella probatio diabolica, stante l’estrema difficoltà di far ricorso a sistemi di monitoraggio e riscontro dell’effettivo quota detraibile.

E non tragga in inganno neppure la nota sentenza Belen, cui tutti oggi fanno riferimento. La stessa non contiene alcuna affermazione di nuovi principi (né peraltro potrebbe contenerli, trattandosi di pronuncia di primo grado emessa da un giudice di merito).

Nella sentenza il costo per l’abbigliamento è stato (correttamente) riconosciuto in deduzione – ed in valore assoluto per cifra assolutamente congrua con il volume di ricavi – nella misura salomonica del 50%, non in quanto spesa destinata strettamente a migliorare l‘immagine del soggetto, bensì in quanto spesa necessaria a rispettare un preciso obbligo contrattuale con il cliente, e pertanto direttamente connesso con la produzione di ricavi (rectius: compensi, nel caso specifico).

In conclusione, tornando al titolo del segreto, e volendo sintetizzare il concetto, può in effetti ritenersi per tutti i contribuenti che sono in grado di dimostrare la propria abitudine a girare normalmente nudi, l’ipotesi di totale deducibilità degli abiti per soli fini lavorativi appare assolutamente praticabile.

Viceversa, per tutti coloro che sono soliti abbigliarsi nella ordinaria vita quotidiana, l’inerenza appare leggermente più dubbia e la deducibilità fortemente a rischio ove un particolare tipo di abbigliamento non sia previsto da specifiche contrattuali con il cliente, ma risponda piuttosto alle esigenze di estro e di vanità del soggetto.

A cura di Filippo Mangiapane -ODCEC Perugia