Il segreto n.18 dell'escapologia fiscale

Sport, eventi e manifestazioni

SEGRETO In questo “segreto” ci viene illustrato in maniera sommaria come nella “prassi assodata” ci sia, ma soprattutto ci sia stato in passato, un utilizzo, e un abuso (aggiungo), dello strumento delle sponsorizzazioni di associazioni sportive le quali emettevano fatture per sponsorizzazioni inesistenti o quanto meno “gonfiate” per importi importanti e non corrispondenti all’effettiva volontà quantitativa di sponsorizzazione da parte dell’imprenditore/società, che infatti chiedeva li venisse restituita in contanti gran parte delle somme elargite andando a fruire indebitamente di detrazione dell’IVA e della deducibilità dei relativi costi. Il “segreto” è nuovamente retto dal cosiddetto “principio della pezza di appoggio”: una data certa sul contratto di sponsorizzazione e un “book di foto” a supporto della sponsorizzazione, più fatture durante l’anno e pagamenti con bonifico, un contratto di due stagioni che sarebbe “più verosimile” di uno “one shot”.

COMMENTO Il presunto “segreto” in oggetto, dopo aver raccontato e spudoratamente “ricordato” la diffusissima pratica delle sponsorizzazioni come avveniva e purtroppo ancora avviene, si limita ad invocare il consueto “principio delle pezze di appoggio” che il malcapitato imprenditore dovrebbe raccogliere, costruire e artefare al fine di supportare la sua sponsorizzazione. Nient’altro. Ci si dovrebbe limitare a convincere il funzionario dell’Agenzia delle Entrate attraverso della documentazione fotografica, gadget, materiale promozionale nonché addirittura “testimoni” (in quale sede sarebbe ammessa una prova testimoniale!?!), considerando che la documentazione che comprova l’operazione è condizione sicuramente necessaria ma non sufficiente per poter dedurre il costo è detrarre la relativa IVA.

Dimentica completamente di ricordare e affrontare il criterio cardine per la deducibilità delle spese di sponsorizzazione, che non è come lui riferisce riconducibile alla mera attività di creazione e conservazione delle “pezze d’appoggio” (termine spesso usato nel libro per riferirsi alla prassi di “inventare” la documentazione), ma, che come un professionista ben saprebbe, si riconduce al criterio generale dell’inerenza e, in casi come le sponsorizzazioni, anche della congruità.

In termini pratici, vi deve essere la dimostrazione, da parte della società/imprenditore contribuente, dell’inerenza, sia qualitativa che quantitativa, sotto il profilo del concetto di vantaggio in termini d’allargamento della clientela e d’incremento dei ricavi e di congruità della spesa rispetto al volume d’affari.

Le spese per sponsorizzazione culturale o sportiva rientrano infatti a pieno titolo tra le spese di pubblicità e propaganda (art. 90, co. 8, L. n. 289/2002). Con particolare riferimento alle spese di sponsorizzazione sportiva, si evidenzia che l’art. 90, co. 8, L. n. 289/2002 ha introdotto, ai fini delle imposte dirette, una presunzione assoluta, per la quale tali spese vengono considerate, nel limite dell’importo di euro 250.000 (450.000 dal 2017), comunque spese di pubblicità. Sul punto però, l’Amministrazione Finanziaria ha, nel tempo, anche precisato alcuni aspetti come ad esempio che le spese di pubblicità sono quelle sostenute in forza di un contratto a prestazioni corrispettive, che le somme corrisposte a società sportive a titolo di sponsorizzazione possono essere considerate di natura pubblicitaria e inerenti, solo se hanno come scopo unico quello di pubblicizzare il prodotto commerciale per incrementare i ricavi. Di conseguenza, le spese di sponsorizzazione costituiscono, in linea generale spese di pubblicità, integralmente deducibili secondo le regole generali, nella misura in cui sia provato un nesso tra l’attività sponsorizzata e quella messa in atto dallo sponsor, e che la prima sia effettivamente riconducibile ad una diretta aspettativa di ritorno commerciale.

Come si può ben vedere il ragionamento messo in atto dall’Amministrazione Finanziaria va ben oltre alla semplice “costituzione di pezze di appoggio”, in quanto è di ben altro tenore la tipologia di riscontri che occorre dare in caso di controllo sulle spese di sponsorizzazione.

Da un’analisi delle sentenze di diritto tributario in merito si può così riassumere alla luce della distinzione tra spese di pubblicità e propaganda (tra cui rientrano le sponsorizzazioni) e quelle di rappresentanza: – gli importi corrisposti da un’impresa ad un’associazione sportiva dilettantistica, a titolo di sponsorizzazione, costituiscono spese di pubblicità integralmente deducibili per presunzione assoluta di legge, a condizione che la sponsorizzazione miri a promuovere l’immagine e i prodotti dell’impresa e che l’associazione abbia effettivamente posto in essere una specifica attività promozionale (Cass. n. 5720/2016); – si parla invece di “nesso territoriale” quando si ricorda che non sono invece deducibili come spese di pubblicità le sponsorizzazioni sportive o eventi locali, se il contribuente non dimostra il concreto vantaggio rinvenibile in dette sponsorizzazioni locali in termini di incremento della clientela e dei ricavi (Cass. n.10914/2015); – le spese di sponsorizzazione costituiscono spese di rappresentanza, ove il contribuente non provi che all’attività sponsorizzata sia riconducibile una diretta aspettativa di un ritorno commerciale

Infine si ricorda ad esempio che la sentenza della Corte di Cassazione n. 10914/2015, ha precisato che ai fini della deducibilità delle spese di sponsorizzazione è necessario dimostrare anche la loro idoneità ad ampliare le prospettive di crescita dell’impresa nell’ambito territoriale beneficiato dalle attività di sponsorizzazione, non essendo sufficiente che la spesa sia debitamente documentata, ma occorrendo altresì che ne sia comprovata l’inerenza sotto lo specifico profilo del concreto vantaggio che nello specifico contesto territoriale ne possono ritrarre le attività del contribuente in termini di allargamento della clientela e di incremento dei ricavi.

Le spese di sponsorizzazione verranno ricondotte invece, spese di rappresentanza, deducibili nei limiti previsti dall’art. 108 del TUIR qualora il contribuente non provi che all’attività sponsorizzata sia riconducibile una diretta aspettativa di ritorno commerciale.

Ecco che anche in questo caso il “segreto” non fa altro che ricordare e suggerire come supportare un comportamento di “falsa fatturazione”, con documenti all’uopo creati e costruiti al fine di ingigantire e travisare la realtà dei fatti non conoscendo appieno quali siano i criteri cardine per la deducibilità delle spese di sponsorizzazione e di pubblicità e propaganda in generale.

Si ribadisce nuovamente quanto già esposto in relazione ad altri segreti: il reato di fatturazione per operazioni inesistenti, che è integrato anche con la semplice sovrafatturazione, è un reato particolarmente grave, che prevede pene elevate e non ha soglie minime di punibilità: il reato si ha anche per un solo euro di fattura fasulla. Nel caso in questione poi le probabilità di incappare in un controllo sono particolarmente elevate, perché le associazioni sportive che hanno la brutta abitudine di emettere fatture per importi pari a 2, 3 ma anche 5 o 10 volte il reale corrispettivo pattuito, difficilmente si limitano a mettere in atto questo redditizio “giochino” con una sola controparte, diffondendo invece i preziosi pezzi di carta a parecchi soggetti sparsi sul territorio; e non appena una di queste aziende (o l’associazione a monte) viene colta con le mani nella marmellata, l’acquisizione della documentazione – oggi ancora più agevole per via dello spesometro che viene presentato dai soggetti IVA – e la conseguente retata di imprenditori disinibiti è per la Guardia di Finanza un gioco da ragazzi!

A cura di Rinaldi Mattia – ODCEC Verona