Il segreto n.29 dell'escapologia fiscale

Blitz dell’agenzia! Brucia l’Hard Disk!

SEGRETO Nel segreto l’escapologo esordisce con tale commento: “non è un segreto da utilizzare […] poiché costituisce reato”. Successivamente l’autore riferisce come ciononostante MOLTI degli imprenditori disinibiti intervistati, pur di evitare le conseguenze derivanti da una verifica fiscale, sarebbero disposti a porre in essere comportamenti penalmente perseguibili. Nel dettaglio si analizza la problematica relativa alle ispezioni tributarie sui documenti informatici e sugli escamotage che gli imprenditori disinibiti sono soliti adottare per nascondere tali documenti ai verificatori.

COMMENTO Nel segreto in commento l’escapologo si limita ad illustrare una serie di pratiche che a parere dello stesso configurerebbero una condotta penalmente rilevante e che per tale ragione non dovrebbe essere adottata.

Si ritiene che non sia questa la sede opportuna per commentare le ragioni che inducono l’autore a descrivere delle pratiche che lui stesso qualifica come “reato”. L’escapologo tra le motivazioni che adduce per giustificare la divulgazione e la descrizione di tali attività tiene a precisare come vi sia un mero scopo di tipo informativo e che la funzione principale di tali indicazioni sia delimitare il perimetro oltre il quale l’attuazione di certi stratagemmi integrerebbe delle fattispecie di reato.

Senza voler fare valutazioni di merito sull’utilità di un segreto che a parere dello stesso autore non deve assolutamente essere applicato, il presente contributo si propone di evidenziare come le pratiche illustrate, oltre ad avere rilevanza penale, non consentirebbero ugualmente all’imprenditore di evitare la verifica sui documenti presenti negli archivi informatici aziendali.

Vengono quindi elencate una serie di attività definite “accorgimenti” che gli imprenditori disinibiti utilizzerebbero per sottrarre al controllo dei verificatori e-mail, materiale extracontabile e documentazione varia che, durante le operazioni di verifica, potrebbe essere acquisita ed utilizzata dagli organi di polizia tributaria a fondamento di eventuali contestazioni.

Tra gli accorgimenti generali che adotta l’imprenditore disinibito vi sarebbe quello di non utilizzare un gestore di posta elettronica che salva le email in locale o sul server aziendale, ma un servizio di webmail, in questo modo i verificatori non riuscirebbero ad accedervi.

Tuttavia, vi sono una serie di limiti che l’autore, più o meno consapevolmente, omette di indicare: 1) per attuare e rendere minimamente efficace tale accorgimento l’imprenditore disinibito e i suoi collaboratori/dipendenti dovrebbero dedicare buona parte del proprio tempo, sottraendolo chiaramente ad altre attività, a cancellare maniacalmente cronologia, allegati, documenti che una volta aperti vengono comunque salvati in una cartella dei “Download” facendo attenzione che gli stessi non siano presenti anche nella cartella dei “File Temporanei” (cartella presente in tutti i sistemi operativi di Windows). Tra l’altro esistono diversi software che consentono di ripristinare file cancellati anche dal Cestino di Windows e la GDF, con i propri tecnici informatici, non avrebbe grosse difficoltà a recuperarli 2) l’imprenditore e tutti i suoi collaboratori/dipendenti dovrebbero privarsi della possibilità di utilizzare i più comuni gestori di posta elettronica che consentono di organizzare, ordinare, catalogare le proprie email in funzione di specifiche esigenze 3) non sarebbe possibile gestire indirizzi email con il proprio dominio aziendale. Gli indirizzi offerti da servizi gratuiti con il nome del provider nel dominio darebbero infatti un’impressione poco professionale. L’imprenditore, non necessariamente disinibito, ma interessato all’immagine aziendale è molto attento anche a particolari come questi. Lo stesso autore del volume ne è evidentemente al corrente tant’è che per il proprio indirizzo di posta elettronica preferisce non utilizzare provider come Gmail e simili.

Un altro accorgimento che adotterebbe l’imprenditore disinibito sarebbe quello di utilizzare e far utilizzare a dipendenti e collaboratori due PC, un portatile e un desktop. Il portatile verrebbe infatti adoperato come strumento di lavoro e ad un “segnale” concordato potrebbe essere riposto nella borsa dichiarando che si tratta di un computer personale, mentre il PC Desktop avrebbe unicamente la funzione di ingannare il verificatore trattandosi infatti di un PC che di fatto non viene utilizzato come strumento di lavoro.

L’autore omette di indicare 3 problematiche legate all’adozione di tali accorgimenti: 1) per le perquisizioni personali e l’apertura coattiva di borse, mobili etc. è vero che occorre l’autorizzazione del Procuratore della Repubblica o dell’Autorità Giudiziaria, ma è altrettanto vero che i militari della GDF se hanno un fondato sospetto (e PC Desktop praticamente inutilizzati potrebbero essere un valido indizio) che nelle borse o nei mobili si nascondano altri PC aziendali potrebbero apporre temporaneamente dei sigilli ed ottenere in tempi piuttosto rapidi il predetto provvedimento che li autorizza ad effettuare tali perquisizioni 2) bisognerebbe avere collaboratori/dipendenti totalmente compiacenti e soprattutto disposti a dichiarare il falso a dei pubblici ufficiali coi rischi che ne conseguono. E’ evidente che maggiori sono le dimensioni aziendali tanto maggiore sarà il rischio che qualche dipendente possa decidere in sede di controllo di non essere “complice”; peraltro i verificatori della G.d.F. in sede di accesso riescono ad essere molto “persuasivi” nei confronti del personale: bastano poche parole tipo “se vuole la porto dentro e la interroga il PM lunedì mattina”, e il compassato ragioniere inizia ad andare a briglia sciolta raccontando anche la propria prima Comunione … 3) considerato che la principale preoccupazione dell’imprenditore disinibito è abbattere la propria base imponibile deducendo perfino l’amante (segreto #4) e il viaggio in Thailandia (segreto #14), appare opportuno sottolineare come i notebook, dovendo figurare come beni personali, non verrebbero fatturati all’imprenditore, conseguentemente, si perderebbe il diritto alla detrazione dell’IVA e alla deduzione del costo d’acquisto.

Ulteriore accorgimento è l’utilizzo strategico di Dropbox o Gdrive. Si tratta piattaforme che offrono servizi di “cloud storage” che consentono di salvare i documenti aziendali. In questo caso si rilevano almeno 3 criticità: 1) impossibilità di accedere ai file in assenza di una rete internet 2) trattandosi di spazi virtuali potrebbero essere violati da malintenzionati. Da una rapida ricerca sul web è possibile riscontrare come si siano già verificati casi di questo tipo 3) una volta aperto il file questo verrebbe comunque salvato in una cartella temporanea che bisognerebbe di volta in volta “ripulire”

L’ultimo accorgimento prevede l’acquisto e installazione di un Server o NAS sui quali andrebbero salvati tutti i documenti dark grey. Il dispositivo potrebbe essere poi nascosto nei luoghi più disparati e sarebbe dotato di un “interruttore di emergenza” che permetterebbe l’istantaneo spegnimento e conseguentemente l’occultamento di tutta la documentazione ivi contenuta.

Tralasciando il particolare che anche in questo caso non sarebbe possibile dedursi il costo e detrarsi l’IVA per l’acquisto di un bene che non deve comparire nei libri contabili, l’escapologo non spiega come giustificare con i verificatori la presenza di unità di rete presenti ma scollegate. I dispositivi collegati in rete hanno infatti un proprio indirizzo IP che li identifica. I verificatori, chiaramente con il supporto di tecnici informatici, riscontrerebbero questa anomalia e sarebbero pertanto più che legittimati a chiedere ed ottenere il provvedimento che gli autorizza a fare controlli e perquisizioni personali.

Concludendo, la domanda che verrebbe naturale porre agli imprenditori disinibiti intervistati è se valga davvero la pena impiegare il proprio tempo e quello dei propri dipendenti/collaboratori nell’attuazione di pratiche di dubbia utilità, rischiando per di più un procedimento penale, con il solo fine di nascondere un paio di commesse al Fisco, oppure se sfruttare il proprio potenziale e il proprio tempo per ottimizzare, perfezionare e incrementare quel business nel quale si è deciso di investire.

Se questi sono consigli “che il vostro commercialista non vi dà perché non vuole o perché non può”, chi scrive è ben lieto di appartenere a tale categoria; e state certi che i clienti a piede libero gliene renderanno merito.

A cura di Demis Di Muro – ODCEC Salerno