Il segreto n.31 dell'escapologia fiscale

Un pasto pronto per l’Agenzia

SEGRETO In questo segreto viene affrontato il momento del controllo documentale da parte degli ispettori. L’escapologo suggerisce di far trovare dei documenti contabili per operazioni altamente contestabili per sviare l’attenzione del controllore e rendergli il lavoro “facile”, evitando così un controllo approfondito sul resto della documentazione relativa ad operazioni nei confronti di paesi “black list” per cui c’è stata evasione fiscale.

COMMENTO L’escapologo esordisce questo argomento dando per certo che, prima o poi, ogni azienda riceverà un controllo da parte dell’Agenzia delle Entrate; nonostante ciò subito dopo rimanda ad altri suoi “segreti” per indicare come limitare queste situazioni.

Salta subito all’occhio che si tratta di una situazione di pura fantasia e davvero distante dalla realtà: un’azienda con milioni di fatturato che acquista merci per milioni di euro da paesi black list verso i quali effettua bonifici consistenti, riceve un verbale di contestazione di poche migliaia di euro perché l’imprenditore “disinibito” ha volutamente caricato in contabilità una certa quantità di spese poco giustificabili e facilmente contestabili da parte dei controllori, in modo da sviare la loro attenzione e render loro il lavoro più facile. Quindi pare proprio che, secondo l’escapologo, gli ispettori dovrebbero essere dotati di capacità intellettive ben sotto la media; il che, purtroppo per lui, almeno nella stragrande maggioranza dei casi non è.

Premesso che con il termine black list si fa riferimento ai “paradisi fiscali”, cioè quelle nazioni che adottano un regime fiscale privilegiato con i quali la nostra amministrazione finanziaria non ha un adeguato scambio di informazioni, è utile ricordare che normalmente le operazioni effettuate nei confronti di questi paesi non comportano particolari oneri aggiuntivi, trattandosi pur sempre di operazioni commerciali, ma che in fin dei conti molto spesso sono utilizzate per porre in essere attività fiscalmente illecite ed evasioni a tutti gli effetti; proprio ciò che viene messo in pratica dall’imprenditore disinibito protagonista di questo segreto.

Detto ciò, va ricordato che negli ultimi anni sono stati messi in atto meccanismi, strumenti e strette fiscali, atti a contrastare proprio questo tipo di fenomeni, imponendo anche nuovi ed onerosi adempimenti a carico dei contribuenti, relativamente all’obbligo di monitoraggio delle operazioni effettuate con soggetti residenti in paesi a fiscalità privilegiata.

Inoltre, va ricordato che fino al 31/12/2014 esisteva un ulteriore aggravio nel porre in essere operazioni con fornitori “black list” generato dall’art. 110 comma 10 del Tuir che prevedeva la non deducibilità delle spese e degli altri componenti negativi derivanti da operazioni intercorse con imprese residenti o localizzate in Stati soggetti a fiscalità privilegiata (principio disapplicabile in determinati casi) e la separata indicazione di tali costi nella dichiarazione dei redditi. Nel periodo d’imposta 2015, il “decreto internazionalizzazione” (D.Lgs. 147/2015) con l’articolo 5, comma 1, ha apportato radicali novità alle previgenti regole fiscali di indeducibilità dei costi derivanti da transazioni con Paesi black list, riscrivendo il comma 10, dell’art. 110 del Tuir. Infatti, la nuova disciplina passa dall’indeducibilità totale dei costi black list (salvo verifica alternativa delle due esimenti) a una previsione di deducibilità dei costi black list nei limiti del loro valore normale, determinato ai sensi dell’articolo 9 del Tuir.

Tutto questo per chiarire a chi già non lo sapesse che i soggetti che effettuano importanti movimenti di denaro verso paesi a fiscalità privilegiata sono un obiettivo sensibile per l’amministrazione finanziaria, così come viene indicato anche nel segreto: è quindi poco credibile e tanto mento realizzabile che degli ispettori si facciano sviare da qualche fattura di abiti, cene, vacanze, sponsorizzazioni (peraltro tutte spese sbandierate come lecite in altre parti del corso) per recuperare facilmente qualche “spicciolo” rispetto al totale della massa evasa, che nel segreto sarebbe di svariati milioni di euro.

Alla fine insomma, questo trucco può essere sintetizzato in un paradosso: diciamo che è come se chi sta correndo in auto ben oltre i limiti di velocità, lo facesse pure senza allacciare la cintura, confidando che, in caso di telelaser, gli agenti, contenti di sanzionare l’omessa cintura, si dimenticassero del motivo per cui avevano alzato la paletta…. Forse, per chi corre oltre i limiti è meglio tenere anche la cintura allacciata…

A cura di Marco Gallucci – ODCEC L’Aquila