Il segreto n.46 dell'escapologia fiscale

Tecnologia ed esterovestizione

SEGRETO Il segreto è come aggirare il reato di esterovestizione. Negli anni ‘80 e ‘90 l’esterovestizione e le scatole cinesi («cartiere cinesi» come le chiama nel corso) erano prassi comune; poi il fisco ha capito il gioco e decine di imprenditori hanno pianto lacrime amare. Grazie a internet, la tecnologia ed i trasporti low cost vengono elencati gli strumenti usati per mitigare il rischio da parte di chi sceglie di commettere tale illecito: – La residenza fiscale di un’azienda è contraddistinta dalla sede dove vengono prese le decisioni aziendali, pertanto i verbali del CdA e dell’assemblea dei soci, riportano sempre un luogo all’interno del Paese in questione. – L’amministratore, o il Direttore per alcuni Paesi è residente nel Paese in questione, meglio se anche cittadino dello stesso Paese. – Le quote della società sono intestate a fiduciarie o anonime. – La disapplicazione della disciplina Controlled Foreign Companies ed i giustificativi di viaggio che testimoniano lo spostamento dei soci italiani verso il Paese – I contratti sono firmati nel Paese in questione con il luogo in calce. – L’archiviazione di tutti i documenti avviene nel Paese in questione. – Un addetto assunto dalla società estera svolge delle attività in loco, si collega ad internet dall’ufficio e quasi quotidianamente invia mail, comunicazioni, fax o altro da quel Paese all’azienda italiana, in modo da giustificare le attività commerciali che ci sono tra le società coinvolte. – L’home banking viene utilizzato da quel Paese, o da un server in Virtual Private Network, garantendo l’anonimato. – Le fatture arrivano da un server estero. – Il sito internet è registrato con un provider di quel Paese e risiedere su un server allocato in quel Paese.

COMMENTO Se commettete un omicidio pulite le tracce o createvi un alibi credibile, potrebbe essere il filo conduttore di tale segreto.

Il vero problema è che non esiste un reato di esterovestizione e quindi occorre ricostruire cosa sottintende l’escapologo.

Creare una società all’estero è attività lecita, gestirla, creare business e fare attività anche dall’Italia su tale società all’estero è attività lecita. I termini usati sono quindi impropri, messi forse con voluta malizia, per ingenerare stupore nell’utente meno avveduto o meno attento. Occorre quindi precisare i contorni di alcune definizioni.

Le scatole cinesi nulla hanno a che fare con il fisco bensì sono un espediente puramente matematico usato in ambito finanziario con cui si può giungere a controllare una società attraverso una catena di comando che riduce l’investimento (esempio: il controllo della società C può essere fatto con il 13,27% attraverso il 51% della società A che controlla al 51% la B che controlla al 51% la C); le “cartiere” sono invece, in gergo, società fittizie nate esclusivamente con lo scopo di emettere fatture di comodo per operazioni inesistenti (il reato più grave previsto nel panorama delle leggi penali tributarie); il concetto di “cartiere cinesi” pare invece conosciuto esclusivamente all’escapologo, ma a sensazione non mi pare nulla di legale.

Il concetto di esterovestizione fa riferimento invece alla fittizia localizzazione all’estero della residenza fiscale di una società, spesso esclusivamente per beneficiare di un trattamento fiscale più favorevole. Fittizia in quanto vi è contrasto tra la residenza formale e quella sostanziale, intendendo la prima come quella risultante dall’atto costitutivo, mentre la residenza sostanziale come (massimamente) è il luogo in cui le decisioni operative sono realmente determinate dagli organi direttivi.

Per la legge tributaria la società estera è da ritenersi in Italia (e quindi soggetta alle normative fiscali italiane) se: 1. La sede legale della società indicata nell’atto costitutivo o nello statuto è in Italia; 2. La sede amministrativa, ovvero da dove si realizza l’effettiva direzione della società, è in Italia; 3. L’oggetto principale è localizzato in Italia. La società estera poi è considerata residente in Italia, salvo prova contraria, se controllata da soggetti residenti, o amministrati da un Consiglio di Amministrazione o equivalente i cui membri in prevalenza siano residenti nel territorio dello Stato.

La normativa sulle CFC (Controlled Foreign Companies) non c’entra nulla con l’esterovestizione bensì rappresenta lo strumento utilizzato dagli ordinamenti fiscali per contrastare la localizzazione fittizia di redditi significativi in società partecipate estere residenti in Paesi a fiscalità privilegiata.

Dopo questa fatica definitoria, perché almeno i termini vengano utilizzati propriamente, l’esterovestizione costituisce reato se: 1. La società era residente in Italia 2. La società ha omesso le dichiarazioni dei redditi o le ha presentate infedelmente con importi evasi sopra determinate soglie.

Quindi il reato non è l’esterovestizione in sé, ma l’omessa/infedele dichiarazione.

Basta entrare nell’età della ragione per comprendere che costituisce reato inserire in contabilità un documento fittizio da una società estera riconducibile allo stesso imprenditore, ma gli strumenti elencati da parte dell’escapologo lasciano perplessi.

Infatti gli “strumenti” sono, leggendoli a contrario, prove schiaccianti della fittizietà della sede legale all’estero, peraltro con scarsa conoscenza e competenza di come avvengono certe dinamiche, come se fosse sufficiente qualche fax o mail per giustificare le attività commerciali che ci sono tra le società coinvolte. Ormai i verificatori fiscali (specie ai livelli più alti, che si occupano di vicende internazionali) non hanno più l’anello al naso e sono avvezzi a smontare a occhi chiusi anche le più sofisticate costruzioni ideate da consulenti ben più preparati dell’escapologo di turno o dei commercialisti da lui appositamente “certificati”!

A cura di Stefano Capaccioli – ODCEC Arezzo