Il segreto n.47 dell'escapologia fiscale

Fiducia di mestiere

SEGRETO In questo «segreto» viene proposto, al fine di aggirare le norme sulle CFC, sulla residenza delle persone giuridiche (cd. esterovestizione) e sul trasfer pricing, la costituzione di società estere il cui beneficiario effettivo (beneficial owner) sia un fiduciario estero (nominee) dotato di pieni poteri. Così facendo l’imprenditore disinibito ottiene la possibilità di “parcheggiare” patrimoni all’estero, presso un soggetto a lui formalmente non riconducibile, ma con il rischio di vedersi sottrarre lo stesso patrimonio dal fiduciario estero.

COMMENTO Prima di ogni commento, che in questo caso sarà breve, visti anche gli errori evidenti in cui il nostro “mentore dell’imprenditore disinibito” è incorso, mi sia concesso solo riportare questo inciso: “Questa pratica è molto diffusa soprattutto nel mondo anglosassone, dove non è usata ai soli fini evasivi.”!

Ora, preso atto che l’imprenditore (qui chiamato Mario Rossi, alias John Smith) disinibito al punto di utilizzare un istituto lecito e proprio del mondo britannico, normato anche in Italia, ai “soli fini evasivi”, è pronto ad evadere le imposte, a utilizzare strumenti per l’autoriciclaggio, vien da chiedersi se è stato avvisato che sta compiendo una serie di reati, non irrilevanti per il sistema penale italiano?

Ma forse prima ancora dell’imprenditore, lo sa il nostro “mentore” che sta suggerendo una costruzione artificiosa che, non solo viola le norme tributarie, ma anche quelle penali, compreso il riciclaggio?

Fatte queste dovute premesse, passiamo a vedere quale miscellanea di norme viene tirata in ballo senza logica.

Innanzitutto si ritiene che la normativa CFC (solo per dovere di cronaca si ricorda che viene revisionata ormai annualmente, pertanto l’indicazione al 2010 è del tutto superata) contenuta nel TUIR all’articolo 167 non è la norma che limita l’esterovestizione, anzi ha ambito applicativo in parte nemmeno sovrapponibile.

L’esterovestizione prevede la rettifica della residenza formale delle persone giuridiche: ai sensi dell’art. 73 TUIR per essere considerata contribuente italiano una società deve avere in Italia alternativamente: a) la sede, b) l’oggetto sociale, c) la sede dell’amministrazione.

È chiaro che nulla ha a che vedere con il regime delle società CFC, il quale prevede che il reddito di una partecipazione di maggioranza estera sia imputato per trasparenza al socio italiano, qualora la sede della partecipata sia in un Paese Black list sulla base della normativa vigente (e qui tralascio tutti i problemi di indefinibilità di Black list a seguito dell’ultima modifica – solo per dovere di cronaca anche gli Stati Uniti possono essere black list), oppure sia situata in un Paese White list (quindi Unione Europea compresa), ma abbia caratteristiche che per semplicità il nostro “mentore” non cita.

Alla fine di tutto il mix normativo, l’abile Houdinì si chiede “come fanno gli imprenditori disinibiti ad aggirare questa disciplina?” Presto detto, lui stesso afferma che “ci hanno spiegato”, una grande verità: se la società estera è legittima e non ha fini di delocalizzazione (parolone che lui non usa), potrebbe l’imprenditore tentare la strada dell’Agenzia per ottenere la “disapplicazione”, purtroppo parola in disuso tra i disinibiti ed in uso tra i “mentori”.

Ecco quindi che il primo modo per non subire la tassazione per trasparenza, che non è quella descritta nel segreto (non si applica l’INPS sul reddito CFC, ma solo l’IRPEF sulla persona fisica e solo a tassazione separata, per cui non per scaglioni ma per aliquota media): avere una società che opera lecitamente con finalità imprenditoriali e non evasive. Neppure Pulcinella sarebbe arrivato a tanto!

Ma passiamo ora al nostro Mario John Rossi che invece vuole una “cartiera” (cit. del “mentore”) “costituita solo per abbattere il carico fiscale”, presto fatto: ciò che conta è che non sia a lui immediatamente riconducibile, quindi basta usare uno strumento diffusissimo nel mondo anglosassone: l’intestazione fiduciaria.

Sarà una dolorosa scoperta per il “mentore” sapere che anche in Italia esistono le società fiduciarie e molte sono di proprietà bancaria, il cui scopo è principalmente celare ai terzi la vera proprietà per fini più o meno nobili: concorrenza, impignorabilità di quote, patti societari, ecc. Ma nulla di fiscale ovviamente. La fiduciaria quindi, attraverso l’intestazione delle quote della società estera, consente al nostro “invisible man” di ottenere fatture da spesare nella propria impresa italiana, provenienti da un soggetto terzo, magari delocalizzato in un Paese a fiscalità privilegiata.

Preso atto che esiste una norma nel TUIR che parla di inerenza (non la cito perché al segreto 47 anche un babbeo ormai la sa), le fatture dovranno rispondere a questo requisito prima di tutto: sicuramente la società estera, magari localizzata in posti improponibili, fornirà servizi internazionali di cui Mario J. Rossi non può fare a meno!

Ma di questo non si parla nel segreto, per cui dopo la costituzione della società estera, tramite un fiduciario, cosa fa questa società è lasciato alla fantasia di M.J. Rossi. Il nostro “mentore” si preoccupa però di come incassare la provvista in uscita dall’Italia: la banca potrebbe avere qualche dubbio sulla bontà dell’operazione e quindi pretendere la dichiarazione di beneficiario effettivo della società, e qui potrebbe cadere l’asino. Per fortuna il nostro “mentore” si è informato e gli “hanno detto” che esistono professionisti che sono disposti, dietro compenso, a fare anche da Beneficial Owner per la banca. La soluzione è quindi servita, se non fosse per un particolare: il Beneficial Owner professionista sarà l’unico intestatario della società e potrà disporne come meglio crede, danaro compreso. Imprenditore avvisato, mezzo salvato!

Resta solo una questione di cui non si parla: come fa poi ad utilizzare il danaro M.J.Rossi? La società non è sua, non ha il contante, che non lascia traccia, non può intestarsi niente in Italia da utilizzare, vuoi vedere che manca il piccolo particolare che dopo averli messi lì sono di fatto inutilizzabili, se non con voluntary occasionali?

Lasciatemi in conclusione fare un’analisi seria delle fattispecie oggetto del pseudosegreto di Pulcinella (e non me ne vogliano gli amici Napoletani), con breve glossario dei termini utilizzati nel testo di riferimento.

Esterovestizione: situazione patologica in cui un ente commerciale risulta formalmente residente in un qualsiasi Stato, ma di fatto produce reddito riconducibile al suolo italiano, o per l’oggetto sociale o per l’amministrazione. In caso di accertamento si ha omissione dichiarativa per l’intero reddito prodotto dalla società estera, quindi anche verso altri Paesi; non sono riconosciute le imposte estere versate; alla sanzione amministrativa si aggiunge quella penale sull’amministratore/amministratori.

CFC: si tratta di partecipazioni di controllo in società o stabili organizzazioni residenti in Paesi il cui regime fiscale è privilegiato (rileva la tassazione nominale del Paese o l’esistenza di un regime di favore per cui la tassazione è inferiore il 50% di quella italiana). In tali ipotesi il contribuente può dimostrare che la società è effettiva e verrà tassato solo all’incasso dei dividendi, che formeranno reddito per il 100% del distribuito con riconoscimento del credito d’imposta; oppure può dimostrare che dalla partecipazione “non si consegue delocalizzazione dei redditi” e che gli stessi sono tassati almeno per il 50% di quello che sarebbero stati tassati in Italia, ed allora pagherebbe solo 1.2% del distribuito. In caso nessuna “esimente” (cioè clausola di esclusione) sia applicabile sarà tassato in capo al socio italiano il reddito nominale, anche non distribuito, a tassazione separata (quindi aliquota media, che nel caso di società vuol dire aliquota IRES vigente).

Se la partecipazione fosse collocata in Unione Europea o Spazio Economico Europeo con accordi di scambio di informazioni (quindi non Svizzera), la stessa rientrerebbe CFC nel regime quanto la tassazione effettiva estera fosse inferiore al 50% di quella italiana e quando il 50% dei ricavi della società non venissero da attività operativa extragruppo (quindi tutte le partecipate estere di conto lavorazione in Paesi UE a bassa fiscalità rientrano). In questo caso l’esclusione scatta se si dimostra l’intento di non sottrarre materia imponibile allo Stato italiano (valide ragioni economiche = stabilimento per il basso costo della manodopera).

Trasfer Pricing: la normativa art. 110 co. 7 TUIR prevede che in caso di prestazioni infragruppo le stesse debbano essere sottoposte a una verifica sul prezzo applicato: il principio generale previsto è “la libera concorrenza”, quindi il prezzo di mercato nelle stesse condizioni. La norma prevede la possibilità di predisporre documenti da cui emergano tutti i metodi di calcolo del prezzo affinchè, in fase di contenzioso, sia possibile avere un esimente (causa di esclusione) anche penalmente rilevante. Nello specifico si ricorda che il sistema dei prezzi di trasferimento nasce per evitare gli spostamenti arbitrari di basi imponibili tra sistemi fiscali disarmonici. Mi vedo costretta di dire: ohibò! Nella nota 28 del sommo manuale il T.P. è indicato come ”nota modalità di frode fiscale”, vorrei far notare al “mentore” che l’OCSE ci ha scritto diverse linee guida, è previsto nelle convenzioni e per finire pure nel TUIR…. Beata ignoranza, considera frode un sistema che è normato in tutti i Paesi!

Beneficial Owner: beneficiario effettivo, concetto mutuato dai modelli OCSE, rappresenta il terminale ultimo dell’investimento o dell’attività produttiva, cui deve essere imputato il reddito. Rileva anche in ambito di normativa relativa al riciclaggio del danaro.

Conclusioni: “Tutto ciò di cui hai bisogno in questa vita è ignoranza e fiducia, poi il successo è assicurato.” disse Mark Twain, che aggiungere forse era meglio facesse “#47 fiducia di mestiere”, mi sa che lo scrittore non arricchisce così tanto!

Ps.: solo per i più inibiti le frodi internazionali sono perseguite da entrambi gli stati e nelle ipotesi di riciclaggio di danaro si aprono le porte anche delle giurisdizioni che vi hanno garantito più “ostraciste” (che significa che spifferano tutto!!!!)

A cura di Tania Stefanutto – ODCEC Brescia