Il segreto n.48 dell'escapologia fiscale

La cabala del centro d’interesse

SEGRETO Questo “segreto”, nel testo esaminato e qui commentato, si conclude con un suggerimento finale dell’autore di natura lapalissiana ovvero “se proprio si vuole portare la residenza all’estero, (occorre) farlo veramente, (in quanto) il costo di questa finzione non varrebbe la candela”. Il “Centro degli Affari e degli Interessi” viene definito fin da subito “come una di quelle cose all’italiana che non è affatto semplice spiegarlo”. Certamente non è la cosa più facile spiegarlo all’imprenditore disinibito o aspirante tale a cui viene omesso il significato di “centro degli interessi vitali” quale presupposto di residenza fiscale della persona fisica. In effetti (mutuando il significato del termine “cabala” presente nel titolo) non c’è alcun bisogno di evocare “l’insieme di insegnamenti esoterici e mistici” per poter spiegare come effettuare correttamente un trasferimento di residenza all’estero senza rischiare accertamenti o disconoscimenti della stessa. E’ sufficiente leggere la normativa, la prassi e qualche sentenza di riferimento.

COMMENTO Ancora una volta la narrazione di elementi frammentari viene rappresentata come verità nascosta ai comuni umani ma perfettamente conosciuta da coloro che hanno intrapreso il percorso iniziatico di imprenditore disinibito.

Nella realtà, si può affermare che, ai fini della determinazione della residenza fiscale in Italia (indipendentemente dalla presenza fisica e dal fatto che l’attività lavorativa sia esplicata prevalentemente all’estero), sono indici significativi (come più volte precisato della prassi dell’Agenzia delle Entrate e dalle decisioni in sede di contenzioso tributario): a) La disponibilità di una abitazione permanente; b) La presenza della famiglia (in sede di eventuale controllo vengono appurati legami familiari e affettivi e all’attaccamento all’Italia) ; c) L’accreditamento di propri proventi ovunque conseguiti (in sede di eventuale controllo vengono appurati gli interessi di far rientrare in Italia i proventi conseguiti con attività effettuate all’estero); d) Il possesso di beni, anche mobiliari; e) La partecipazione a riunioni d’affari (in sede di eventuale controllo vengono appurati interessi economici in Italia); f) La titolarità di cariche sociali; g) Il sostenimento di spese alberghiere; h) Iscrizione a circoli o clubs; i) L’organizzazione della propria attività e dei propri impegni, anche internazionali, direttamente o attraverso soggetti operanti nel territorio italiano (in sede di eventuale controllo viene accertata l’intenzione di abitare in Italia anche in futuro).

E’ opportuno, dunque, in queste particolari circostanze subentri una valutazione d’insieme dei molteplici rapporti che il soggetto intrattiene in Italia per stabilire se, al momento in cui ha palesato la scelta di qualificarsi come anagraficamente residente all’estero, abbia effettivamente perso ogni significativo collegamento con lo Stato Italiano e possa, quindi, essere considerato a pieno titolo come fiscalmente non residente.

Occorre in sostanza, esaminare tutte le possibili relazioni (la prassi intervenuta negli anni sull’argomento è una linea guida adeguata) per cui il c.d. imprenditore (anche se aspirante disinibito) può effettivamente riscontrare il collegamento con il territorio dello Stato. E’ intuitivo che laddove, sulla base di criteri suesposti il soggetto risulti più vicino ad essere considerato residente in Italia tutti i suoi redditi, ovunque prodotti, saranno assoggettati a tassazione nel Bel Paese.

Sembrerebbe quindi potersi escludere che non è motivo sufficiente dormire oltre la metà delle notti di un anno fuori dai confini italiani, come non lo è il solo possesso di un numero di cellulare italiano, come non lo può essere la sola presenza preponderante di redditi dove hanno dichiarato di risiedere, ovvero la presenza della disponibilità di un cespite immobiliare, di account di posta elettronica estero basato su un server fuori dall’Italia. Nel mondo reale queste modalità non servono ad arrivare lontano.

Ogni vero imprenditore ha sicuramente ricevuto raccomandazioni in tal senso dal proprio professionista di riferimento (il quale conosce perfettamente gli articoli 2 e 3 del D.P.R. 917/86) e al momento in cui deve suggerire ad eventuali soggetti che manifestano il desiderio di aspirare allo status di imprenditore disinibito il vero e corretto comportamento da tenere, non omettendo mai di richiamare, in primis, il “world wide taxation principle” alla base del quale sono assoggettati ad imposizione nello Stato di residenza tutti i redditi, ovunque prodotti. Essendo ammessa la prova contraria il vero imprenditore, diverso dall’imprenditore disinibito, non avrà dubbi se la sua posizione è supportata realmente dai requisiti formali e dalla sostanza di quanto è in grado di poter rappresentare all’Amministrazione Finanziaria

Dovendo infine valutare i contenuti e l’utilità del “segreto #48”, si ha fondato motivo nel ritenere di essere in presenza di elementi che non consentono di poter avallare una caotica elencazione di “fare/non fare” in quanto l’Amministrazione Finanziaria (prima di poter riconoscere la residenza fiscale ad un soggetto che ne ha indicato la stessa in uno stato estero), deve attuare sempre una serie di attività investigative preliminari (talvolta anche molto dispendiose e complesse), finalizzate ad accertare un’eventuale simulazione dell’imprenditore disinibito.

E’ evidente che in questi casi l’Amministrazione Finanziaria non potrà adottare un meccanismo o criterio univoco ovvero standard di controllo, ma dovrà adattare l’eventuale approfondimento in base alle caratteristiche di ogni singolo soggetto.

E’ opportuno, quindi, fare in modo, quando si vuole trasferire la propria residenza all’estero, che tutti questi elementi che possono essere ricercati dall’Amministrazione Finanziaria siano chiaramente imputabili al nuovo Stato estero di residenza del soggetto, evitando creazioni fantasiose circa il semplice pernottamento per oltre la metà delle notti dell’anno oltre i confini e altre amenità la cui isolata adozione non produce altro che trasformare i c.d. imprenditori disinibiti in disincantati collezionisti di maree di pezze d’appoggio prive di qualsivoglia utilità effettiva.

A cura di Roberto Selci – ODCEC Roma