Il segreto n.57 dell'escapologia fiscale

Studi di settore? No, grazie!

SEGRETO Gli studi di settore, secondo l’escapologo, costituiscono la vera spada di Damocle che pende sopra la testa dell’imprenditore. Solo chi applica il segreto numero 57 potrà salvare se stesso e l’azienda. L’escapologo mette subito in guarda: badate bene, imprenditori, ci sono 3 approcci da usare con gli studi di settore, quello POLITICALLY CORRECT, quello EVASIVO e infine quello MEDIANO. Gli imprenditori più furbi utilizzeranno quello evasivo, mentre la maggior parte di quelli “intervistati” (da chi?) utilizzano l’approccio mediano.

COMMENTO Tutti noi abbiamo compilato i quadri degli studi di settore con il commercialista, almeno una volta nella vita: in generale, tutti i contribuenti che svolgono attività d’impresa o lavoro autonomo sono soggetti a studi di settore, questo lo sanno tutti.

Niente di nuovo, quindi, sotto il sole, così come sappiamo bene che il software di calcolo dell’Agenzia delle Entrate, dopo aver costretto il contribuente a inserire una mole infinita di dati, partorisce dei valori di congruità e coerenza. Se i ricavi dichiarati sono in linea con quanto elaborato, bene, altrimenti potresti esser sottoposto ad accertamento fiscale.

Ora, da un punto di vista tecnico e giuridico-tributario, gli studi di settore altro non sono che delle mere presunzioni semplici, gli Uffici non possono assolutamente fondare un avviso di accertamento esclusivamente su di essi, ma devono essere corroborati da altri elementi. Questo è l’orientamento, ormai granitico, della Corte di Cassazione e della giurisprudenza di merito (tra le ultime, Cass., n. 6114/2016). Non occorre quindi nessun “espediente”, nessun “consiglio”, nessun “segreto” per evitare il patibolo, anzi il patibolo non c’è proprio. Quali sono, invece, le mitiche strategie consigliate dell’escapologo per sfuggire agli studi di settore?? Esaminiamole:

1.Aprire e chiudere ogni 2 anni (si badi bene, il libro consiglia di ripetere tale procedura “all’infinito”!!!!) la partita iva della ditta o della società per sfruttare le “cause di esclusione” previste per il primo e l’ultimo anno di attività. Francamente trovo questo consiglio folle. Prima di tutto non tiene conto dei costi che tale chiusura/riapertura periodica comporta (che tra pratiche amministrative e telematiche, notaio, bilanci di liquidazione, consulenza del professionista si aggirano intorno ai 4-5 mila euro). In secondo piano chi, nello stesso esercizio, chiude l’attività e la riapre entro 6 mesi, nell’anno successivo deve comunque presentare i dati degli studi di settore (Istruzioni Unico2016, pagina 3). Terzo, l’indicazione di cause di esclusione degli studi di settore non sussistenti determina la possibile applicazione dell’accertamento induttivo extra contabile. Quarto, tale modus operandi non mette affatto al riparo da un possibile accertamento tributario (redditometrico, analitico contabile, conseguente a accessi, ispezioni o verifiche, ecc…).

2.Fregarsene degli studi di settore e fare affidamento sulle “pezze d’appoggio” in caso di controllo. Della serie: “mettici due numeri in croce e sei a posto”. In merito ricordo che l’infedele compilazione degli studi di settore può comportare l’applicazione dell’accertamento induttivo extra contabile, dal quale ci si difende malissimo.

3.Cercare di essere congruo e coerente almeno 2 anni su 3, “decidendo di autosansionarti”. Questo però non ti mette al sicuro da eventuale accertamento. Operativamente tale ipotesi è vera (è prevista la possibilità di “adeguarsi al ricavo minimo”), ma…. a parte l’evidente errore grammaticale (“autosanSionarti??”), perchè mai un contribuente dovrebbe pagare le imposte su un reddito non effettivamente conseguito?? Scelta opinabile, ma, almeno questa, possibile e concretizzabile senza conseguenze.

A cura di Giulio Bartoli – ODCEC Pistoia