Il segreto n.59 dell'escapologia fiscale

Il diritto d’autore non va in pensione

SEGRETO Nel segreto in questione si propone di ovviare alla problematica della tassazione diretta e del prelievo contributivo che normalmente colpiscono i redditi derivanti dal compenso per l’amministratore della SRL, erogando parte del reddito sotto forma di corrispettivo pagato per lo sfruttamento dell’opera di ingegno.

COMMENTO Il segreto in questione parte dall’assunto che nel nostro paese i redditi derivanti dalla cessione a titolo oneroso del diritto d’autore, se non percepiti nell’attività di impresa, scontano una forma di tassazione agevolata (reddito ridotto forfettariamente nella misura del 25% per gli autori over 35 anni e del 40% per gli autori under 35 anni) e di una sostanziale decontribuzione totale dall’assoggettamento INPS.

Preliminarmente, ad onor del vero, va detto che entrambe le affermazioni sono vere.

Purtroppo, il fatto di essere corrette e disciplinate dalla lettera b) comma 2 dell’art. 53 del TUIR e riprese, in ultimo, dalla nota INPS 19435/2013 non le rende di per se immediatamente applicabili al caso proposto nel manuale escapologico.

Infatti, l’escapologo propone al nostro imprenditore disinibito di stipulare un contratto con la propria SRL che preveda il pagamento del proprio compenso, in parte, come remunerazione prestata per l’attività di amministratore e, in parte, quale reddito derivante dallo sfruttamento dell’opera di ingegno che lo stesso “presta” alla società.

L’art. 2575 c.c. stabilisce che “formano oggetto del diritto di autore le opere dell’ingegno di carattere creativo che appartengono alle scienze, alla letteratura, alla musica, alle arti figurative, all’architettura, al teatro e alla cinematografia qualunque ne sia il modo o la forma di espressione”, identificando quelle opere che possono essere fatte oggetto di utilizzazione economica dall’autore o da terzi acquirenti. Ai sensi della L. 633/1941 dall’opera di ingegno discendono i diritti di pubblicità, utilizzazione e paternità; i primi due diritti risultano cedibili mentre il diritto alla paternità permane nella sfera personale all’autore dell’opera.

In capo al cessionario i diritti di sfruttamento dell’opera (se certi, determinabili e recuperabili) vanno iscritti tra le immobilizzazioni immateriali e imputati a conto economico (quindi resi costi deducibili) tramite ammortamento eseguito sulla scorta del valore commisurato alla residua possibilità di utilizzazione, in ossequio all’OIC 24.

Appare fin da subito evidente che il trucco proposto può avere una propria logica solo e unicamente nel caso fosse rinvenibile nella sfera personale dell’imprenditore un’opera identificabile con certezza e dotata di una propria unicità, tale da renderla distinguibile dalla normale opera intellettuale e manuale prestata dall’amministratore alla società. Nel caso si volesse cedere alla società una capacità intellettuale generica sarebbe di assai difficile dimostrazione la cessione di un attivo, seppur immateriale, in luogo della corresponsione di un compenso per l’attività di lavoro autonomo prestata nell’espletamento dell’ufficio di amministratore o collaboratore, soggetta per intero ad aliquota progressiva IRPEF ed a gestione separata INPS ex L. 335/1995. Inoltre, ancor più complesso sarebbe far apparire quale opera dell’ingegno del nostro imprenditore disinibito realizzata al di fuori dall’attività di impresa un servizio compiuto utilizzando le dotazioni e gli strumenti della società; per cui, se si volesse giustificare parte del compenso spettante quale corresponsione per la cessione in uso alla società di un’opera intellettuale di proprietà del soggetto percipiente il reddito, sarebbe imprescindibile avere la capacità di opporre in sede di accertamento elementi che ne dimostrino la terzietà totale rispetto all’attività commerciale esercitata dall’impresa.

Anche la citazione del caso giudiziario della cessione dei marchi di proprietà degli stilisti Dolce e Gabbana, seppur comprovante il trattamento fiscale della cessione del diritto d’autore, non appare idonea a rappresentare nel migliore dei modi il suggerimento del segreto in oggetto. Infatti, la loro nota vicenda giudiziaria fonda le proprie ragioni sulla congruità del prezzo di cessione e sull’esterovestizione della società cessionaria e utilizzatrice dei marchi e non sulla natura del diritto d’autore ceduto. Risulta evidente che nel celebre caso si tratti di segni distintivi che sono un attivo perfettamente identificabile, valorizzabile e capace di partecipare autonomamente alla produzione di ricavi e non di una generica capacità creativa prestata dagli stilisti alla propria società.

In conclusione, almeno che non abbiate prodotto in proprio un’opera dell’ingegno avente le caratteristiche previste dall’art. 2575 c.c., difficilmente potrete mettere in atto serenamente la strategia proposta nel segreto in oggetto che, ancorché lecita, non afferisce che ad una residuale platea di soggetti.

A cura di Paolo Luigi Burlone – ODCEC Novara